I gironi infernali sono
nove. A Mauthausen erano 30. Ma ve ne era uno diverso dagli altri, dove le
fiamme ardevano più vive, dove era, se possibile, ancora più difficile vivere.
Era il blocco 20.
Qui le condizioni dei prigionieri
erano forse peggio di disumane. Costretti a sopravvivere con metà della già
misera razione, dovevano pure cavarsela senza utensili. Come se ciò non fosse
abbastanza, mentre il sole si levava, l’alba rivelava ai loro occhi una nuova
“montagna”. 40 corpi, tutti ammassati sotto le mura, esanimi.
Queste condizioni
intollerabili spinsero i prigionieri del blocco 20 ad un atto di scellerato
coraggio. Nella notte tra il 31 gennaio ed il 1 febbraio 1945, in seguito ad
un’abbondante nevicata, decisero di fuggire. Di andarsene dall’inferno.
Spalarono la neve e si costruirono armi di fortuna. Assalirono le odiate
guardie, riuscendo a sopraffarne qualcuna e a sottrarre loro alcune armi,
dopodiché scavalcarono le mura. Ce l’avevano fatta. Erano liberi. O almeno così
sembrava. Una volta fuori, le loro precarie condizioni fisiche tranciarono loro
le ali e, con esse, i loro sogni di libertà. Gran parte dei fuggiaschi non
riuscì ad andare lontano, vennero immediatamente ricatturati e giustiziati.
Coloro che riuscirono, ancora una volta, a fuggire dai diavoli, si trovarono,
nelle tre settimane successive, cacciati come lepri. Le SS definirono questa
operazione “Caccia al coniglio di Muhlviertel”. Dei quasi 500 coraggiosi
prigionieri, ne riuscirono a fuggire solo una decina, aiutati dai contadini
locali.
I prigionieri del blocco 20
che furono rinchiusi lì in seguito vennero chiamati “prigionieri K”. K che sta
ad indicare il termine tedesco “kugel”, pallottola, il quale voleva evidenziare
la loro condanna a morte imminente. Tanto imminente che questi deportati, per
la maggior parte sovietici, non erano nemmeno registrati, né con nome, né con
numero.
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