Perchè un blog su Mauthausen?

Durante il nostro viaggio d'istruzione nell'aprile 2014, abbiamo visitato il campo di concentramento austriaco.
L'esperienza ci ha così profondamente colpiti che abbiamo deciso di condividere con voi le nostre riflessioni e le nostre emozioni: per non dimenticare.


4L1 Liceo Scientifico Paolo Carcano, Como.

giovedì 5 giugno 2014

Mappa del lager di Mauthausen


Legenda

1 - Portone d’ingresso
2 - Piazza dell’appello
3 - Muro del pianto
4 - Docce e disinfezione
5 - Lavanderia
6 - Cucine
7 - Prigioni
8 - I primi crematori
9 - Il nuovo crematorio, camera a gas
11 - Camera autopsia
12 - Camera mortuaria
13 - Nuova infermeria mai entrata in funzione
14 - I locali del colpo alla nuca
15 - I locali della forca 
16 - III campo
17 - II campo
19 - Blocco morte
20 - Blocco falsari
32 - Blocco 1 degli uffici
33 - Blocco per la fustigazione dei deportati
37 -Torrette del portone d’ingresso
38 - Monumento delle nazioni europee
39 - Kommandantur
40 - Cortile del garage S.S.
41 - Scala garage
43 - Ospedale
46 - Muro dei paracadutisti
47 - Scalinata alla cava, 186 gradini
48 – La cava

Mauthausen: fuga dal blocco 20

I gironi infernali sono nove. A Mauthausen erano 30. Ma ve ne era uno diverso dagli altri, dove le fiamme ardevano più vive, dove era, se possibile, ancora più difficile vivere.
Era il blocco 20.
Qui le condizioni dei prigionieri erano forse peggio di disumane. Costretti a sopravvivere con metà della già misera razione, dovevano pure cavarsela senza utensili. Come se ciò non fosse abbastanza, mentre il sole si levava, l’alba rivelava ai loro occhi una nuova “montagna”. 40 corpi, tutti ammassati sotto le mura, esanimi.
Queste condizioni intollerabili spinsero i prigionieri del blocco 20 ad un atto di scellerato coraggio. Nella notte tra il 31 gennaio ed il 1 febbraio 1945, in seguito ad un’abbondante nevicata, decisero di fuggire. Di andarsene dall’inferno. Spalarono la neve e si costruirono armi di fortuna. Assalirono le odiate guardie, riuscendo a sopraffarne qualcuna e a sottrarre loro alcune armi, dopodiché scavalcarono le mura. Ce l’avevano fatta. Erano liberi. O almeno così sembrava. Una volta fuori, le loro precarie condizioni fisiche tranciarono loro le ali e, con esse, i loro sogni di libertà. Gran parte dei fuggiaschi non riuscì ad andare lontano, vennero immediatamente ricatturati e giustiziati. Coloro che riuscirono, ancora una volta, a fuggire dai diavoli, si trovarono, nelle tre settimane successive, cacciati come lepri. Le SS definirono questa operazione “Caccia al coniglio di Muhlviertel”. Dei quasi 500 coraggiosi prigionieri, ne riuscirono a fuggire solo una decina, aiutati dai contadini locali.

I prigionieri del blocco 20 che furono rinchiusi lì in seguito vennero chiamati “prigionieri K”. K che sta ad indicare il termine tedesco “kugel”, pallottola, il quale voleva evidenziare la loro condanna a morte imminente. Tanto imminente che questi deportati, per la maggior parte sovietici, non erano nemmeno registrati, né con nome, né con numero.